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martedì 30 gennaio 2018

Il sentimento riscoperto: l'amicizia

  

Gli amici... Chi sono, ma soprattutto, cosa sono? spesso camminando per strada o in genere, ascoltando le persone, mi capita di sentire "ah si quello amico mio è" e frasi simili. Ma quanto veramente sappiamo e conosciamo di una persona, del suo trascorso, della sua indole, sensibilità e di tutto ciò che la rende unica nel suo genere?

Bisognerebbe usarla con cautela, la parola AMICO, perché dovrebbe esistere un'educazione comune a riguardo; l'amico non è colui con cui si gioca e basta, poi al momento del bisogno o altro sparisce; non è colui che ti travia su strade non tue, bensì colui che ascoltandoti ed ascoltandosi, ti accompagna sulla tua strada.
Non è quello che non chiede mai scusa perché ritiene di essere sempre in ragione, un buon amico per il bene di entrambe le parti sa come comportarsi, andando anche contro il suo stesso orgoglio.
Non è il disonesto, non agisce in malafede.

Potrei continuare per ore ma la verità è che, alla fine dei conti, molti di noi (come me) hanno diversi o tanti amici con cui scherzare, ridere e chiedere consigli, ma i veri amici quanti sono? Io personalmente li conto sul palmo di una mano.
Delle volte li evitiamo, perché non vogliamo ricordarci di chi siamo, ma loro rimangono lì in attesa di vederci, sentirci e... ascoltarci, mettendo la propria coscienza ed il nostro essere uomini (uomo e donna, sia ben inteso) al primo posto.

Spesso, ci ritroviamo con amici di vecchia data che però hanno preso strade differenti che ci rende difficile mantenere i contatti giornalmente con loro; però il senso di colpa è forte: come si può rompere o limitare un'amicizia che dura da decenni perché le vie ormai sono diverse e la stima viene a mancare? Tutte le volte che ci siamo stati l'uno per l'altro le si dimentica? Tutte le fesserie fatte assieme?

Bisogna avere coraggio, la forza di capirsi e di crescere anche se questo richiede rompere con determinate persone che hanno inciso sul nostro trascorso di vita; bisogna avere la forza di assaporare nuove pietanze, senza rimpiangere cosa si è mangiato prima.
Il cibo va a male, scade e non è detto che ciò che mangiamo per una vita, ad una certa età ci piaccia ancora.
Ci si ritroverà cosi improvvisamente sazi, ma prima o poi la fame tornerà ed ogni giorno si mangerà sempre di più.

A volte i dolori ritornano... ma tutto passa, basta avere pazienza, volontà e audacia; dobbiamo trovare quella forza che ci spinge ad andare avanti e a metterci in discussione, sempre, anche a rischio di fallire, affrontando il passato ed il cambiamento che il presente/futuro porta con sé.
D'altronde siamo nati per stare fermi o per essere dinamici e rischiare?

Non bisogna avere paura, sempre portando rispetto verso le persone, bisogna discernere tra i componenti delle nostre cerchie e capire chi vale (in termini di umanità) e chi no. Altrimenti ci si potrebbe ritrovare da soli, con un contorno di marionette che di noi non sanno niente.

Bisogna star bene con se stessi prima di poter stare bene con gli altri, non dimentichiamocelo.
E fa niente se viene detto che siamo egoisti, meglio egoisti per un periodo per poi poter dare il 100% alle persone che non riuscire a dare nulla e stare comunque male. Chi ci giudica, d'altronde, cosa sa di noi? E magari sono gli stessi AMICI a farlo.

Una buona giornata e serata a tutti voi, lettori del blog da Paolo alias "doc_pc" 

lunedì 15 gennaio 2018

Dalla Cina con furore


Un volo intercontinentale, uno scalo molto lungo in uno degli aeroporti più grandi della Cina e tanto tempo da far scorrere. Quando dopo un lauto pranzo a base di oca laccata e ravioli ripieni di maiale e cinese ti sei girato oramai tutti i negozi che l'aeroporto offre, non resta che far riposare i piedi seduto su una delle panche della zona di attesa. Ed inevitabilmente inizi a osservare la varia umanità che popola tale luogo.
I turisti europei sono quasi inesistenti, inizio a dubitare che qualcuno all'agenzia viaggio mi abbia voluto fare un pessimo scherzo; tuttavia i numerosi cinesi mi offrono un sacco di spunti di riflessione.

Innanzitutto: sono davvero tutti uguali? Beh no. Ma si possono collocare in un pugno di categorie con delle caratteristiche che si ripetono con matematica costanza.

Nella seconda voce del menù leggiamo la loro specialità: ravioli di maiale e cinese
La stragrande maggioranza si colloca in quelli che da piccoli sono caduti di faccia dalla culla: il loro viso frontalmente si presenta largo e tondo mentre di profilo è possibile tracciare una linea retta che congiunge fronte, naso e mento; immagino che i terrapiattisti si siano ispirati a loro. Poi troviamo quelli i cui discendenti dovevano essere gli antichi abitanti della steppa, con dei tratti che richiamano alla mente quelle genti che vivono dal Tagikistan alla Mongolia: scuri di carnagione, con tratti del volto piuttosto spigolosi; solitamente sono solo di sesso maschile e già avanti con gli anni.



Ed a proposito di anziani, ci sono un sacco di loro con la stempiatura caratteristica (quella di Mao per intenderci). Ora non so se è un loro difetto genetico o se proprio ad una certa età decidono di farsi rasare in quel modo, fatto sta che in generale i cinesi non hanno un buon rapporto con le acconciature. Come ti giri giri, trovi sempre i soliti 3 tagli: immagino il parrucchiere tipo quello di GTA San Andreas, dove entri, scegli una delle acconciature proposte e quella ti rimane a vita.

Capita a volte di poter raggruppare diverse cinesità in base a cose e non a tratti somatici. E su tutte, ciò che colpisce maggiormente è la presenza nelle loro mani di contenitori contenenti contenuti al limite del surreale: bevande dal color Gange con dentro larve secche in infusione o cibi dalle forme e consistenze poco invitanti che emanano esalazioni mortali. Per carità, possono sicuramente essere delle loro tipiche prelibatezze, ma preferisco rimanere con il beneficio del dubbio. E poi di certo sono meglio di ciò che loro spacciano per caffé espresso!!


Dato che alla fine sono quasi tutti uguali e nasce in loro il desiderio di distinguersi, eccoli abbigliarsi con vestiti strani, sgargianti e con abbinamenti al limite del legale. E a dare il loro meglio sono proprio le fanciulle che propongono outfit esilaranti: scarpe in vernice rosa, calze dai disegni degni del miglior trip da funghetti, abiti a metà tra il cosplaying e il collegio, il tutto condito da un numero imprecisato di accessori imbarazzanti. Un'accozzaglia di stili e abbinamenti che Picasso levati proprio: la vera Guernica è la moda in Cina. Ma la cosa che più mi ha fatto ribrezzo è stata la visione (purtroppo non isolata) di ballerine a punta con tacco a spillo alto 3 cm abbinate a calzini bianchi con orletto in raso poco sopra la caviglia...

E in tutto ciò, mi direte, ragazze carine ce ne stanno? Ma è ovvio: NO!! Qualcuna decente ho avuto la fortuna di incrociarla, tipo la piccinna che mi ha servito il pranzo al ristorante, però ci sono volute un paio di birre per alzarne il livello di bellezza.
Beh, è tempo di andare al gate di imbarco e di viaggiare verso Sydney per passare un capodanno al caldo estivo... Buon 2018 a tutti!


L'autore dell'articolo si accinge ad entrare nel bar il cui nome racchiude le due cose che ogni italiano ha in bocca ogni mattino



mercoledì 29 novembre 2017

La neve, un violino e un po' di miele

"Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro."

Tre libri, tre romanzi brevi ma intensi, tre colori tra sogno e realtà. Questo è ciò che ci troviamo davanti quando ci avventuriamo a leggere le prime tre opere dello scrittore francese Maxence Fermine: Neve, Il violino nero e L'apicoltore. Assieme sono conosciuti come "la trilogia dei colori", un tris di racconti in cui i colori (il bianco della neve, il nero del violino e l'oro del miele) non sono l'unico elemento in comune; alla base dei tre libri, quasi a fare da filo conduttore, c'è un sogno. Un sogno di rivalsa, di indipendenza, di volontà; ma anche un sogno, inteso nella sua accezione più onirica, in cui la figura femminile si presenta come una rivelazione meravigliosa e voluttuosa ma allo stesso tempo è un tormento che logora l'animo dei tre giovani protagonisti finché non raggiungono la vera epifania delle loro vite. Ed è il viaggio lo strumento attraverso cui potranno trovare loro stessi: c'è chi parte per migliorare la propria arte, chi per inseguire un folle sogno e chi invece, lo fa perché costretto dalla guerra.

Nel primo libro, il protagonista Yuko entra in conflitto con il proprio padre poiché, rompendo la tradizione di famiglia che voleva i figli maschi intraprendere le vie della guerra o della religione, aveva espresso il desiderio di diventare scrittore di haiku. Egli era ossessionato dalla neve e dal suo candore, pertanto ne voleva cantare la bellezza con le sue poesie vibranti di passione ma prive di colore. Ben presto si ritrova in viaggio tra le montagne innevate del Giappone per raggiungere un maestro pittore (che scoprirà cieco) che gli avrebbe insegnato a vedere anche gli altri colori oltre al bianco della neve. Durante il suo viaggio, rischiando di morire, fa una scoperta che lo perseguiterà nei suoi sogni ma che lo porterà a scoprire qualcosa che lo legherà al maestro e a comprendere il proprio futuro.

"La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve."
Il protagonista del secondo libro è un violinista francese, Johaness, che ha iniziato a suonare il proprio violino da fanciullo e che da allora ha avuto come sogno quello di comporre un'opera. Costretto a partire in guerra, durante uno scontro venne ferito profondamente (le modalità ricordano quelle del ferimento del maestro di Yuko) e durante la notte passata agonizzante sul campo di battaglia ha come una visione, un sogno, di una donna che con la sua voce lo ha tenuto in vita fino a che il giorno dopo non è stato recuperato dai suoi commilitoni. Dopo essersi ripreso venne mandato a Venezia presso la casa di un rinomato liutaio, Erasmus, che tra una partita a scacchi e un cicchetto di grappa gli racconta la straordinaria storia legata al violino nero che era appeso sul camino, violino che avrebbe reso folle chiunque lo avesse suonato.

"É come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita."

Aurelién è un giovane ossessionato dall'oro, ma non da quello vuoto e freddo del metallo prezioso, ma dall'oro altrettanto prezioso che le api producono: il miele! Decide di intraprendere il proprio mestiere di apicoltore in un piccolo paesino della Francia dove viveva con suo nonno coltivatore di lavanda. In seguito ad una tempesta, però, le sue arnie vengono distrutte e dopo diversi giorni chiuso nel suo sconforto, decide di partire per l'Africa dopo che in un sogno una donna lo chiamava a raggiungerla. Dopo aver trascorso lì tre anni ed aver incontrato personaggi che gli avrebbero cambiato la vita, è tornato in Francia per intraprendere una straordinaria impresa.

"L’esistenza meritava d’essere vissuta unicamente per i pochi istanti di magia che la attraversavano."

Il finale dei tre libri è un misto di disfatta e lieto fine, sapientemente mescolati assieme anche se a percentuali ogni volta differenti. L'amore, la follia, la passione, la sconfitta e la ribalta giocano assieme con la stessa armonia con cui le parole si mescolano ai colori e ai pensieri profondi del cuore.
Tre libri brevi ma intensi, da assaporare uno dopo l'altro in un fresco pomeriggio d'autunno.


"Ogni libro proviene da un sogno, e ogni sogno proviene da un libro."




lunedì 20 novembre 2017

Un libro, un gatto e il suo diario


"Sono un gatto, non credo di doverti dare altre spiegazioni"
Il mondo va così e ad ogni cinofilo si contrappone una schiera imprecisata di gattari; questo animale (se tale si può definire) è qualcosa di ancora sconosciuto e controverso. Adorato alla guisa di una divinità dagli antichi egizi, che a giudicare da cosa ci hanno lasciato in eredità non sembrano un popolo di sprovveduti, ma perseguitato nel medioevo poiché ritenuto diabolico. Il gatto unisce e divide, con il suo sguardo imperscrutabile e la sua mente furba, il suo fare pigro e ignavo ma allo stesso tempo fiero e indipendente. Daniele Palmieri ha provato ad entrare nella loro mente e a far scrivere, ad uno di loro, il pensiero felino su un comune diario. Ciò che ne è venuto fuori è un simpatico ed a volte profondo ritratto di questi pelosi compagni di vita di noi bipedi, noi stupidi bipedi, come spesso veniamo etichettati.

Dietro la fierezza di questo gatto nero si cela un carattere "umano" con le paure, la voglia di primeggiare, la dissimulata ricerca di ricevere e dare affetto, la goliardia a tratti prepotente e l'orgoglio di non voler ammettere di aver torto; ma si parla pur sempre di un gatto e quindi tutte queste debolezze vengono presentate con delle antitetiche "scusanti" che vanno sempre a favore del felino ("tremavano impauriti, accovacciati nella gabbia, non certo intrepidi come me che affrontavo spavaldo il pericolo rintanato nell'angolo").

Leggendo questo libro si alternano diversi sentimenti nei confronti del peloso protagonista, arrivando talvolta ad odiarlo; il finale è inaspettato e regala un insieme di emozioni che strapperebbe una lacrima anche al gatto più fiero (sia bene inteso, sicuramente non piangerà perché è sentimentale ma solo perché gli sarà entrata della polvere negli occhi!).

Ovviamente non mancano spunti di riflessione su molti temi prettamente umani ("incredibile quanti rifiuti producano gli umani: se si impegnassero a concepire pensieri quanto si impegnano a generare rifiuti, forse diverrebbero un po' meno stupidi. E produrrebbero meno rifiuti") e sfumature filosofiche sull'esistenza ("la morte è soltanto un passaggio oltre il velo che ci separa dal resto del mondo, un passaggio che ci fa diventare il resto del mondo").

In definitiva "Il diario di un cinico gatto" è una piacevole lettura che non richiede tantissimo tempo ma che ci mette davanti ad un nuovo modo di concepire la nostra esistenza guardandola con gli occhi dei felini con cui noi la condividiamo; occhi che, come dice una leggenda irlandese, ci permettono di vedere dentro un altro mondo.

"Molti non lo sanno, altri se lo dimenticano, ma questa è la verità. Gli umani non possono fare a meno di noi"
Risultati immagini per diario di un cinico gatto
Diario di un cinico gatto di Daniele Palmieri
edizioni Youcanprint


lunedì 17 luglio 2017

L'attesa di un incontro

Le mattine si susseguivano uguali una dopo l'altra; di giorno in giorno la voglia di alzarsi presto per andare a lavoro era sempre di meno, per non parlare poi del doverlo fare nei giorni di pioggia…

La strada che ogni mattina percorrevo per raggiungere il mio ufficio è il tipico viale del centro in cui la gente ancora assonnata cammina distratta senza curarsi troppo di ciò che accade loro accanto. I negozietti, il bar e l'edicola sono le anime invisibili sotto i porticati ai lati del viale. E poi, come un'oasi nel deserto, faceva capolino tra i grigi mattoni un piccolo negozio con le vetrine colorate, dei fiori alla porta che permeavano di profumo l'aria pesante della città e una dolce musica che, ad udirla bene, richiamava alla mente l'atmosfera sognante delle notti orientali. Ma non era questo contrasto di calore nella fredda via ad attirare la mia attenzione. No. Come ogni mattina, infatti, la mia speranza era quella di incontrare la ragazza che lì ci lavora. Dio, come era bella: capelli corvini che lisci cadevano sulle sue spalle, il corpo morbido e sinuoso, le carnose labbra messe in risalto da un delicato rossetto e due occhi in grado, con un semplice sguardo, di cambiarti la giornata in un istante. E lei, lei forse aveva sempre saputo di avere questo potere che quasi sembrava si vergognasse a mostrarli.



Ecco, io non vi so dire come, ma il suo sguardo era per me aria dopo una lunga apnea, acqua nel deserto, gioia nella tristezza. E, in realtà, ci sarebbe anche un'altra cosa che non saprei dire, o meglio, che non le ho mai saputo dire. Di solito, passando davanti al suo negozio, la cercavo attraverso la vetrina sperando che mi vedesse e lei, come se mi aspettasse, al mio passaggio rispondeva con un immenso sorriso. Le poche volte che stava fuori e riuscivo a parlarle, non ero in grado di dirle più di un “buongiorno, come va oggi?” per poi continuare per la mia strada da una parte felice di essermi perso per qualche istante nei suoi occhi e dall'altra rammaricato di non averle mai potuto dire ciò che provavo per lei e ciò che lei, inconsapevolmente faceva per me.

Era una mattina come le altre, allietata dall'aria del week-end che stava per arrivare; poco prima di raggiungere il suo negozio, mentre già il cuore mi batteva impaziente, in un attimo di distrazione urtai contro un passante e caddi a terra spargendo sul marciapiede tutte le mie carte del lavoro. Non ebbi tempo di capire che cosa fosse successo che lei era già lì, accovacciata accanto a me a raccogliere i fogli che avevo disseminato:
“Hai fatto proprio un bel tuffo, eh?! Ti sei fatto male?”
“No, no, tranquilla” balbettai mentre il tempo pareva fermarsi al comando del suo sorriso.
Non l'avevo mai vista così da vicino ed ero incantato dal suo volto; avrei voluto accarezzare dolcemente le sue guance vellutate e darle un delicato bacio per ringraziarla. Ma, ahimè, ero talmente nel pallone che riagguantati i documenti, la ringraziai e me ne andai di fretta.

Questa scena mi ha accompagnato per tutto il giorno e anche nel week-end a seguire. Ma perché le parole che avrei voluto dire e i gesti che avrei dovuto fare mi vengono solo dopo?! Per quale beffardo scherzo del destino mi sono trovato così vicino a lei ma ne sono stato tanto distante?! Il mio animo si tormentava e fu così che mi feci coraggio e presi la decisione di andarle a parlare.

Era lunedì, passai la notte in ansia, ma poco male. Questo mi diede la possibilità di potermi alzare prima e passare dal fioraio a prendere un mazzo di fiori che potesse almeno un poco rispecchiare la bellezza dei suoi occhi. Imboccai il viale ma l'aria che si percepiva era diversa dal solito; pensai che fosse solo una mia sensazione ma era come se mancasse qualcosa. Non si sentiva la musica e da lontano non riuscivo a vedere nemmeno i colori delle vetrine. Al loro posto vi era solo una saracinesca abbassata, piena di scritte e disegni fatti con le bombolette, ed un foglietto affisso ad essa. Mi avvicinai di fretta, preoccupato, e con lo sconforto che mi assaliva lessi il contenuto di quell’avviso: “Miei affezionati clienti, sono costretta a cedere l'attività per tornare al mio Paese; vi ringrazio per la vostra fedeltà e cortesia. A presto, spero!”.
Il mio mondo cadde a terra assieme a ciò che avevo in mano. Lei era andata via all'improvviso, partita chissà dove e chissà per quanto, senza avere la possibilità di chiedere il suo nome, di salutarla per l'ultima volta, di ringraziarla per aver reso le mie giornate migliori. Mi maledivo ed ero furibondo con me stesso per non essere mai stato in grado di superare la mia timidezza.

Rabbia e rassegnazione erano in lotta tra loro nel mio cuore; tristemente abbandonai i fiori lì per terra, come a commemorare un caro defunto, e mi incamminai per la mia strada di sempre.
“Che fai, lasci qui questi meravigliosi fiori?” questa voce mi fece trasalire, mi voltai di scatto e la vidi; ero ancora lì a fissarla con aria incredula mentre lei raccogliendo il bouquet mi si avvicinò: “sai, il mio aereo parte tra poco ma non volevo andarmene senza prima averti salutato”.
Delle mille parole che mi ero preparato a dirle, non riuscii in quel momento a dirne nessuna e non perché la mia bocca si era bloccata come al solito ma perché le nostre labbra si stavano già baciando. 

martedì 30 maggio 2017

E intanto il tempo se ne va.....

Lo Stadio Olimpico stracolmo e colorato di giallo e di rosso. Un uomo che esce, apparentemente solo ma, in realtá, sospinto da 70.000 cuori, sulle note della colonna sonora de "Il Gladiatore". Tanti giri di campo, tanti saluti, lacrime, sorrisi, tanti abbracci..... Le musiche si susseguono, una più epica dell'altra. Striscioni campeggiano in ogni dove, e sono lettere d'amore..... Ne leggo diversi, uno non lo scorderó più.

Recita cosi: "Speravo de morì prima".

Capolavoro 

Piangiamo tutti. Piange l'uomo con la maglia giallorossa..... Ah no scusate, é semplicemente il colore della sua pelle. Piango io da casa. Piangono in settantamila allo stadio. Quando si dice attimi che sanno di eterno.
Ventotto anni circa di campo, di sussulti, di goal, di braccia al cielo...... Di ROMA.....  Piangiamo per la fine di una carriera irripetibile, per l'addio di un campione assoluto, per aver assistito ad un ragazzo che diventava fuoriclasse e al fuoriclasse che diventava leggenda.

E noi c'eravamo.

Piangiamo forse anche per noi stessi. Per l'ineluttabilitá del tempo, che se ne va sprezzante e incurante. Piangiamo perché se quegli anni sono passati per Totti, beh, allora sono passati anche per noi. Da  bambini lo abbiamo visto, seguito, amato e tifato..... Da maturi lo salutiamo commossi. L'epilogo di una storia, di una favola bella..... di un tratto, importante, di esistenza

Calcio ancora una volta metafora della vita. 

Tienitela addosso quella maglia capità, ancora e ancora. Per sempre. Ah no scusate, é semplicemente il colore della sua pelle.....

giovedì 11 maggio 2017

Workshop Universitario alla faccia della scienza :)


Tempo addietro in Università si sono presentati un ricercatore portoghese ed un professore molto apprezzato nel campo della ricerca. Il primo fa parte di un equipe che si occupa della ricerca nell'ambito del risparmio energetico nelle comunicazioni di oggigiorno (cellulari, telefoni, wireless e tutti gli altri mezzi dell Information Technology - ITC).
Risultati immagini per telefonataOVVIAMENTE parlava solo ed esclusivamente in inglese, ma io da buon studente amante delle lingue straniere (studio ingegneria) sono riuscito a comprendere la maggior parte del suo discorso (e ne ha dette), tutto condito da diapositive in inglese.

Faccio una premessa: nell'ambito delle telecomunicazioni, quando si esegue una telefonata, il telefono si allaccia ad una cella che fa parte di  un ripetitore (sistema d' antenna di trasmissione/ricezione, chiamato in gergo tecnico TX/RX), quindi in base alla località ci si attacca alla cella più vicina (le famose celle di cui si parla sempre per capire dove sia stato un ricercato, in ambito poliziesco), il tutto con l'ausilio satellitare.
Lo sapevate che l'aggancio ad una cella in termini energetici costa, e pure tanto?
Una parte dell'energia viene persa nell'aggancio, un'altra parte in operazione di suddivisione del canale e di frequenza  (operazioni di storage), un'altra per evitare interferenze ed alla fine la quantità di energia che si occupa del canale vero e proprio di trasmissione, è veramente poca.
Quindi l'obiettivo dei ricercatori è il seguente: sprecare meno energia in operazioni futili, concentrandosi unicamente sul vero problema: la comunicazione vera e propria.

Hanno pensato così di sviluppare un nuovo prototipo di ripetitore, a frequenze più basse (LF - Low Frequency), modificato e semplificato nella struttura (poiché quelli odierni sotto la struttura hanno decine, se non centinaia, di metri di fili in rame che si possono usurare): con questa innovazione si evitano tutti i cavi permettendo, con lunghezze molto inferiori, la diretta connessione alle stazioni digitali.
Il risultato? Efficienze energetica nettamente superiore che garantisce maggiore durata dei cellulare, migliore qualità delle telefonate e un sistema TX/RX più avanzato, con conseguente diminuzione dell'inquinamento elettromagnetico.
Ora però, passiamo al secondo: un professore che con la sua equipe ha vinto un bando per la NASA, presentando la coltura delle cellule in completa assenza di gravità nello spazio, questo per capire come le cellule rispondano allo sviluppo del proprio citoscheletro.

Dopo averci fatto capire la lentezza della burocrazia in merito, dicendoci appunto che se viene vinto un bando nel 2014 ed è innovativo, se potrà partire solo l'anno dopo o due anni dopo, rischia di diventare vecchio.
Ci sono state mostrate tutte le fasi dell'esperimento: coltura in situazioni completamente sterili, turni tra i ricercatori per evitare errori, planning/scheduler sul lancio della sonda (il primo lancio andò male e quindi dovettero riprogettare tutto, ma lo si era fatto già dopo aver finito la prima tranche, così da evitare tempi morti) e gli strumenti scientifici della NASA dove con una semplice richiesta si aveva tutto subito: "Serve questa sostanza!" ed ecco che subito arrivava tramite un nastro!

Il risultato dell'esperimento è che le cellule non presentano grosse differenze, rispetto al loro stato sulla Terra ,presentando uno scheletro cellulare quasi identico.
Direi che questo esito  può sembrare scontato ma non lo era per niente, ed anzi questo getta le basi per poter sviluppare a breve delle colture da cui poter ottenere dei prodotti di interesse commerciale per la nostra società.

Paolo Perrotta